Le consulenze

Alla base del fenomeno dell’inflazione delle azioni di responsabilità professionale esistono una serie di cause di natura soprattutto sociale e culturale. Le ragioni di questo fenomeno possono ricercarsi, tra le altre, nel crescente numero di professionisti che operano in ogni settore, circostanza che inevitabilmente porta con sé la disomogenea validità del “prodotto professionale”. D’altro canto, anche la riduzione del gup culturale tra specialista e cliente, comportando l’abbandono del “dogma” dell’intangibilità dell’opera del professionista, concorre a determinare il fenomeno, né va trascurato, infine, il diffuso innalzamento della richiesta di tutela, anche giurisdizionale, delle situazioni giuridiche soggettive individuali in caso di lesione.

 

Esiste un comune giudizio negativo intorno all’inflazione di azioni di responsabilità professionale, legato alla considerazione che l’abuso di questo strumento, senza dubbio, incide negativamente sul sereno esercizio di attività professionali importanti e delicate1. D’altra parte, tuttavia, non va taciuto che, in linea di principio, un sistema di responsabilità professionale, opportunamente equilibrato ed epurato da finalità “persecutorie”, potrebbe produrre il benefico effetto di consentire una continua verifica della competenza tecnica e/o scientifica dei vari operatori intellettuali. La condanna al risarcimento del danno da colpa professionale, così, oltre all’effetto riparatorio a favore della vittima della malpractice, avrebbe l’utile funzione di sanzionare gli operatori meno competenti e capaci, emarginarlie, come extrema ratio espellerli dal sistema, con conseguente innalzamento degli standards complessivi di ciascun settore.

 

Il dato di partenza di queste breve riflessioni, dunque, è rappresentato della piena affermazione del principio di responsabilità del professionista intellettuale. Gli operatori del diritto, quindi, si trovano a dover analizzare con crescente attenzione struttura e meccanismi di questa fattispecie di responsabilità, indagandone ogni aspetto, anche specifico e particolare, col preciso compito di prospettarne una ricostruzione giuridicamente valida ed equilibrata.


In termini generalissimi, quella che fa capo al professionista è una fattispecie di responsabilità di indole contrattuale, nell’ambito della quale l’obbligazione risarcitoria a carico del prestatore d’opera intellettuale scaturisce da una sua inadempienza all’incarico o mandato professionale “in termini di inosservanza della diligenza media richiesta dalla natura dell’attività esercitata, inosservanza che si risolve nella colpa anche lieve, salvo il caso in cui la prestazione non implichi la soluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà, nel qual caso la responsabilità del professionista è attenuata configurandosi (…) solo nel caso di dolo o colpa grave”2. Come si è soliti affermare, infatti, quella del professionista è un’ “obbligazione di mezzo” e “non di risultato”.


Questo è il tratto comune a tutte le discipline tecniche e scientifiche. Per il resto, la definizione e la qualificazione in termini di inadempimento delle specifiche condotte professionali dipende in larga parte dalle peculiarità di ciascun settore e dal tipo di attività (progettazione, redazione di atti, di bilanci e conti, diagnosi e terapie, stime e valutazioni, calcoli, ecc.) che, di volta in volta, viene in considerazione.


Esiste una tipologia di attività, tuttavia, che ogni categoria di professionisti è solita esercitare, ossia l’attività di consulenza. Si tratta di un’attività che rientra a pieno titolo “nell’ambito delle c.d. prestazioni d’opera intellettuali” e, per questo, risulta anch’essa caratterizzata “dall’assenza di subordinazione nei confronti del committente”3. Rientrando nelle proprie competenze professionali, in altri termini, lo specialista esercita l’attività di consulenza in piena autonomia e sotto la propria responsabilità.


Tra la pluralità di tipologie di consulenza, che astrattamente il professionista può ed è abitualmente chiamato a svolgere, qui interessa soffermare l’attenzione sulla consulenza tecnica funzionale all’attivazione giurisdizionale dei diritti e degli interessi dei soggetti.


Esistono, infatti, validissime ragioni che spingono ad approfondire, anche sotto il profilo della responsabilità, la tematica dell’attività di consulenza giudiziaria del professionista. Basti pensare al sempre più elevato grado di tecnicismo dei processi, l’esito di molti dei quali è per grandissima parte legato ad accertamenti e/o valutazioni tecniche e scientifiche di particolare complessità, che non sono alla diretta portata dei giuristi. Il giudice e gli avvocati, così, sono necessariamente indotti ad affidare tali operazioni ai propri consulenti, con la conseguenza che, in molti casi, il contenuto degli atti di parte e delle sentenze oblitera e riproduce gli assunti, le argomentazioni e le conclusioni degli specialisti-consulenti.


Orbene, come anticipato, l’attività di consulenza a fini giudiziari rientra a pieno titolo nel novero delle attività professionali del prestatore d’opera intellettuale. Ricevuto l’incarico, il professionista assume sotto la propria responsabilità un’obbligazione di facere, consistente nel compiere, sulla scorta delle conoscenze che caratterizzano la propria ars e facendo ricorso alle doverose diligenza prudenza e perizia, ogni accertamento ed ogni valutazione necessari a fornire correttamente al giurista gli elementi tecnici e scientifici prodromici alle conseguenti valutazioni e determinazioni giuridiche4. L’inesatto adempimento di un’obbligazione, del tipo di quella appena definita, nella misura in cui procura un danno (ingiusto), è indubbiamente fonte di responsabilità del consulente, abbia egli ricevuto l’incarico dal giudice ovvero dalla parte privata.


Evidenziato il dato concettuale che accomuna la posizione di c.t.u. e c.t.p. in materia di responsabilità, è tuttavia necessario sottolineare che le analogie tra le due figure si fermano qui. Il consulente tecnico d’ufficio, infatti, secondo giurisprudenza consolidata, assume la qualifica di pubblico ufficiale5 e, di conseguenza, è soggetto ad un precipuo regime di responsabilità penale e disciplinare6. Egli ha “l’obbligo di prestare il suo ufficio”7 e, per il caso di inadempienza, il relativo regime di responsabilità civile si prospetta in termini di illecito aquiliano, secondo quanto dispone il secondo comma dell’art. 64 cod. proc. civ., ultimo inciso8.


Il consulente di parte non è pubblico ufficiale, sicchè non è di per sé soggetto al regime penalistico dei reati propri del pubblico ufficiale ed è assolutamente libero di non accettare l’incarico propostogli dalla parte privata. La fonte dell’obbligazione professionale da lui assunta, infatti, è da ricercarsi nel contratto (di diritto privato) di prestazione d’opera intellettuale, con la conseguenza che il regime di responsabilità a lui applicabile non potrà che avere matrice contrattuale.


Inoltre, e questo è un aspetto centrale, l’opera del consulente tecnico di parte s’innesta nell’attività giuridica, che caratterizza il processo, in modo del tutto diverso rispetto a quella del consulente del giudice. Se l’attività del professionista-consulente, in termini generali, è diretta “a soddisfare le esigenze giuridiche attinenti al caso in esame nel rispetto della verità scientifica”9, infatti, non c’è dubbio che le “esigenze giuridiche”, che il consulente dell’Ufficio e quello di parte sono destinati a soddisfare, divergono: mentre l’attività del primo è preordinata a costituire la fonte tecnica del convincimento del giudice al fine della decisione nel merito di una questione preventivamente impostata sulla base di specifici quesiti sottoposti al professionista, la questione si complica con riferimento all’attività del secondo.


Le “esigenze giuridiche” che l’attività del consulente di parte è destinata a soddisfare, infatti, possono riguardare la stessa decisione “pre-giudiziale” di affrontare un processo: “in larga parte di circostanze, la decisione di affrontare la vertenza giudiziaria giace in ampia misura sul responso dello specialista”. Oltre all’an della proposizione della domanda giudiziaria, il responso dello specialista gioca un ruolo fondamentale anche in ordine all’impostazione della stessa, fornendo “al giurista le effettive basi per la formulazione della richiesta”10 e finisce, in definitiva, per influenzare complessivamente le strategie difensive della parte, attrice o convenuta che sia.


Sono sufficienti queste semplici considerazioni per cogliere le profonde differenze di fisionomia, che distinguono la fattispecie di responsabilità del professionista per attività diverse dalla consulenza, la fattispecie di responsabilità del consulente d’ufficio e quella di responsabilità del consulente di parte. Se la (ordinaria) responsabilità del professionista è ormai materia di studio e di riflessione giuridica e certamente la responsabilità del C.T.U. è argomento che merita (in altra sede) adeguato approfondimento11, quanto sin qui detto induce a ritenere necessario ed anche utile fornire alcuni spunti di riflessioni in tema di responsabilità del professionista-consulente di parte.